scrivere
Ho cosi' tante cose da scrivere, ma nella mia testa una gran confusione, i pensieri e i ricordi si rincorrono, si accavallano mi fanno disperdere in mille rivoli e invece voglio tenere tutto in ordine, fare fluire il racconto come un placido, lento fiume.
Ci sono da raccontare i 20 anni di matrimonio, di cui 15 di convivenza. La mia vita in isolamento, grazie alla gelosia di mio marito ma anche per scelta mia. Perchè di indole sono una solitaria anche se poi quando sono fra la gente tutti mi definiscono "solare", "che trasmetto pace". Devo sempre sorridere quando sento queste definizioni cosi' agli antipodi di come sono veramente.
Conobbi mio marito grazie a un'oca. Non una normale oca ma una oca della nuova zelanda. Molto elegante, nel suo piumaggio grigio perla, le zampe rosa, i piedi neri e il becco di un insolito colore giallo verdino. E la sua voce, particolarissima, fu quello che mi condusse a lei...e a mio marito. Il grugnito di un maiale piu' che il richiamo di un uccello acquatico.
A quei tempi lavoravo come receptionist in un albergo della zona. Ogni giorno dieci ore di lavoro con una pausa di un paio di ore all'ora di pranzo. Ne approfittavo per cercare la quiete e il silenzio e ricaricarmi di energie per il lavoro del pomeriggio, e anche per sfuggire un po' al caldo che non ho mai sopportato bene, nemmeno a venti anni.
Quindi spesso a meta' giornata, prendevo la mia due cavalli charleston grigia e nera e salivo sulla collina, in cerca di fresco. Quel giorno scorsi a meta' del percorso un boschetto di querce e decisi di dirigermi li' per trascorrere la mia pausa pranzo. Gli alberi delimitavano un'area umida dove un piccolo lago circondato dai canneti luccicava al sole.
Non ero mai entrata li' dentro, la zona era recintata e prima di quel giorno non mi era mai sorta la curiosita' di vedere. Ma dopo avere parcheggiato la mia auto sotto all'ombra delle querce udii quello strano suono. Un richiamo irresistibile. Un maiale! Magari fuggito da qualche porcile se ne andava a spasso a cercare ghiande, pensai.
Allora spinsi il cancello che era solo appoggiato e iniziai ad addentrarmi nel verde, seguendo lo strano grugnito.
Quando la vidi rimasi molto stupita...era un'oca! Non ne avevo mai vista una simile. Era anche molto socievole e dondolandosi mi venne incontro sempre emettendo quello strano grugnito.
Mentre ero accovacciata di fronte all'oca a parlottare con lei udii' improvvisamente un'altro suono. Un uomo mi urlava contro improperi, dandomi della maleducata perchè ero entrata nella sua proprieta'. Mi piombo' addosso a grandi passi ma quando si era avvicinato abbastanza per vedermi bene improvvisamente la sua collera' sfumo' e mi disse che era stufo di persone che entravano sempre nel suo parco. Io mi scusai, ero mortificata e mi vergognavo e lui forse per farsi perdonare mi offri' di condurmi a fare un giro intorno al lago. La mia curiosita' ebbe la meglio sul mio orgoglio ferito ed accettai. Avrei dovuto girare i tacchi ed andarmene, quel giorno. E il mio destino avrebbe preso un'altra piega. Non sarei passata attraverso lo tritacarne. Ma si vede che dovevo passarci.
Mi condusse a fare una visita del luogo e mentre passeggiavamo mi spiegava le razze delle svariate specie di anatre e oche che vedevamo. Ero affascinata, ho sempre amato gli animali e fui molto sorpresa di scoprire li' a pochi passi da dove abitavo da anni un piccolo paradiso. Nel suo parco c'erano anche altri uccelli come pavoni, fagiani, gru coronate, ibis sacri e vivevano li anche dei mammiferi: istrici, daini, mufloni, e persino degli orsetti lavatori. Fui deliziata nel vederli.
Gli chiesi se sarei potuta tornare nei giorni seguenti a vedere ancora gli animali e cosi' iniziai a frequentare colui che poi sarebbe diventato mio marito.
Pero' non so se mi va ora di raccontarvi proprio tutti e quindici gli anni.
Perchè è stato un periodo davvero pesante per me.
Immaginate di sposare Barbablu.
Ecco, lui era Barbablu.
Sono davvero esausta di ripensarci, di parlarne. Vorrei davvero metterci una pietra sopra. Ma sento il bisogno di spiegare, di giustificarmi.
Ma nemmeno addossarmi colpe che non ho. Sono stata una ingenua, ecco.
Ho sposato Barbablu perchè cercavo una via breve per il paradiso.
Non pensavo che mi avrebbe tolto la liberta' e la creativita, che mi avrebbe azzerata come donna.
Gradualmente e inesorabilmente mi ha creato il vuoto intorno, non potevo piu' frequentare nessuno ora che ero sua moglie. Mi proibiva di portare "suo figlio" fuori in mezzo al mondo, anche solo per fare una passeggiata con la carrozzina sul lungomare, perchè non aveva senso che andassi fuori casa, spiegava, visto che vivevo in un parco di quattro ettari e avevo un'oasi naturalistica a disposizione.
Cosi' gli anni con i miei figli piccoli furono anni di isolamento totale, e io trascorrevo i pomeriggi a sferruzzare o a lavorare all'uncinetto seduta su una panchina dentro al nostro parco. Ogni tanto i miei fratelli provavano a farci uscire ma quando rientravamo da una normalissima serata estiva fuori a mangiare un gelato, mia sorella, mio fratello, la tata domenicana ed io, e bambini di mia sorella e i miei, lui ci aspettava a gambe large sul piazzale di casa facendo una scena madre, insultando i miei fratelli per avermi convinta a uscire e insultando me di essere una madre snaturata per avere portato bambini di due e cinque anni fuori fino a mezzanotte. La tata scappava in camera sua piangendo, i miei fratelli se ne andavano frustrati, maledicendolo a denti stretti, impotenti davanti alla sua arroganza, costretti a lasciarmi sola con lui che continuava ancora per ore a farmi la predica, a dirmi come ero fortunata di vivere "in vacanza" in un posto che sembrava "la florida" e che dovevo essere contenta di non dover frequentare "i cafoni" come invece erano apparentemente abituati i miei fratelli. Mio marito chiamava cafoni tutti quelli che non facevano parte della sua classe sociale. In pratica erano tutti, a suo dire, dei cafoni.
Opinione condivisa dai suoi figli. Perche' ho omesso questo dettaglio che lui era gia' sposato e aveva due figli della mia eta'.
I primi tempi appena arrivata in quella casa mi accorsi ben presto di non essere la benvenuta, nè dalla sua anziana madre nè dalla di lei sorella e tantomeno dai suoi figli che mi guardavano sprezzanti, salutandomi a stento, e durante gli screzi via via piu' frequenti mi dicevano che se il loro padre era sceso al mio livello non significava che dovessero farlo anche loro.
Questa spocchia mi faceva imbestialire. Lo faceva a tal punto che una notte che ero in giardino a cercare il mio gatto senza trovarlo e temendo gia' il peggio perchè prima di lui diversi altri erano morti sotto alle macchine, intorno alla mezzanotte un'auto arrivo' al cancello puntandomi i fari negli occhi e impedendomi di vedere chi fosse. Durante tutto il giorno aveva soffiato un vento caldo di libeccio e l'aria sebbene fosse ora ferma era ancora rovente. Io ero nervosissima, con quei fari puntanti negli occhi che mi accecavano.
Rivolta alla luce chiesi chi fosse, ma dall'auto decapottabile nessuna risposta, vedevo a stento solo due sagome che mi fissavano mute, senza rispondere.
E dopo un po' lei, sua figlia all'epoca ventottenne come me, per una curiosa coincidenza ci portiamo solo quattro giorni una dall'altra... scese dalla macchina, di rientro da una serata fuori con un amico e mi passo' accanto sfiorandomi senza degnarmi di uno sguardo e allora fui sopraffatta dalla collera e le chiesi perchè mai non mi avesse risposto, poco fa. E come mai invece per telefono mi aveva dato della puttana per avere sposato suo padre. E la provocai di ripetermi ora in faccia quello che mi aveva detto al telefono qualche giorno prima. E lei, coraggiosamente, mi chiamo' puttana.
Sei solo una puttana, mi disse. Allora le saltai addosso e se non fosse intervenuto mio marito accorso alle sue urla probabilmente la avrei uccisa.
Fini' al pronto soccorso con una spalla lussata e la mia posizione in quella famiglia di certo non miglioro' da quel momento. Oltre a puttana ero ritenuta anche una squilibrata.
Ma non sono pentita di averlo fatto.
In realta' non l'avevo picchiata per avermi dato della puttana, visto che lo considero un complimento e non un insulto. Ma per avermi qualche tempo prima, una delle prime mattine che ero in quella casa, umiliata davanti ai suoi amici. Era accaduto che una mattina che mi ero appena alzata ed ero scesa in cucina per fare colazione, aprendo la porta mi ero ritrovata davanti a una piccola folla di amici della figlia ed entrando salutai con un buongiorno ma nessuno di loro, nè la figlia nè i suoi amici, mi risposero e il gelo calo' nella stanza dalla quale io fuggi' poco dopo, profondamente umiliata e furente.
Sono stata educata a controllare la mia collera e le mie lacrime ma ogni tanto fa molto bene farle sfogare. Non dico che bisogna massacrare di botte tutti quelli che ci insultano o umiliano ma ogni tanto qualche sberla dispensarla si deve.
Il mio primogenito che gioca nel suo parco. Un bel giorno poco tempo dopo questa foto una rete fu innalzata e gli dissero che ora non poteva piu' giocare in quel giardino perche' non era piu' suo.

Solo se desideri farlo io sarò lieto di leggere ciò che la tua mente poi farà trascrivere alla tua mano
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